totem,oggetti simbolici e libri liberi

TOTEM, OGGETTI SIMBOLICI e LIBRI LIBERI

Premessa alle operazioni

Ultrasuono”,

Totem Kerouac”,

Leggendo e dormendo sotto i ponti”

Oggetti simbolici, forme Metafisiche, e rituali, sono accadimenti che rendono, quasi inevitabilmente, totemici i quadri che li contengono.

Credo sia importante ribadire una ovvietà che a volte sfugge e che ora serve a spiegarci e capire che la parola ‘erigere’, erigere un totem, letteralmente significa: occupare fisicamente dello Spazio con un Oggetto. L’Oggetto prima non c’era; viene fabbricato, poi esiste e ha il suo ingombro volumetrico, la sua nicchia. Gli occhi che gli passano davanti lo guardano, forse i ciechi lo vogliono toccare, mentre i visionari ci vedono dentro molto di più. Sembra banale quanto appena detto ma l’Oggetto -che prima era solo mentale- ora può diventare ritualistico -ovvero carico di un significato profondamente mentale, o culturale, religioso insomma- e lo Spazio è un vuoto che viene riempito. Il Totem, in qualsiasi cultura primitiva, è quel posto che oggi chiameremmo Altare. Altari eretti per devozione ad un’idea, di fronte ai quali si compiono riti, per non dimenticare, per tramandare un simbolo, o rinnovare la ‘fede’. Gli altari servono per ‘purificarsi’ la mente e\o l’anima (che per gli atei sono la stessa cosa). Attenzione: non voglio parlare di una religione in particolare ma di pittura e scultura. E quello che ho appena detto, d’altronde, vale tanto per il sacro che per il profano, vale per qualsiasi forma di religione al mondo, per qualsiasi cultura, antica o moderna. Erigere totem o altari, fare scultura e dipingere è rendere fisica un’idea astratta, far diventare pesante ed appoggiato in terra un umore psicologico, manipolare nella materia una visione dell’anima, dare corpo ad una astrazione filosofica, o a una favola.

Ultrasuono”

Questa specie di stele in bassorilievo scaturisce dall’incrocio di tre fatti: un brano di musica elettronica di Hans Joachim Roedelius; le colature di scarto della fusione di sculture in bronzo della fonderia artistica di Paoletti Mario; dal voto al dio Vulcano e al suono dei minerali fusi -il Suono di Vulcano-.

(…) Che spettacolo ‘prampoliniano’ quando è la materia a chiamarti!! Quel giorno ero in fonderia avvolto dal suono forte e cupo del fuoco sotto al crogiolo. Era anche un periodo in cui quando mi trovavo sul crinale di qualsiasi montagna domenicale, e il paesaggio si apriva improvviso alla vastità dell’aria, mi sovvenivano in mente i suoni elettronici di “Saumpfad” (mulattiera o\e limine) di H.J.Roedelius, dall’album “Wenn der sudwind weht” (quando il vento di sud soffia). Poi, soprattutto, c’è il fatto che nell’aria montana c’è sempre stata l’idea che tutta quella roccia a perdita d’occhio è tale da millenni per effetto della spinta del magma sotterraneo -‘Fuoco Centrale’-. Perciò aleggiava già da un po’ in me l’idea di una devozione artistica da compiere a favore del Dio Vulcano. Il giorno che ho iniziato a pensare a questo quadro è iniziato in fonderia con le colature e gli schizzi di bronzo, quelle che non finiscono nella forma di terra cotta o che fuori escono quando la colatura del metallo fuso colma la forma. Pensavo fitto al magma terrestre e al mito della fucina di Vulcano. Eccole lì, le note del suono profondo che mi girava in testa: le colature di scarto ‘mi soffiano all’orecchio’. Con la loro bellezza creativa casuale di forme irripetibili, nella ‘fucina’ antropologica-antica, venute fuori da gesti umani profondi nel tempo (estrazione e fusione dei metalli). Quelle colature dovevano assolutamente essere i reperti della mia stele votiva. Ho scelto parecchie colature -salvate dalla rifusione certa-.

Mentre andavo a casa già mi vedevo il ‘reperto’ in fila armonica, dietro una vetrina con un gran fondo arancione ‘lavico’ e delle note musicali scritte piccole. L’idea delle teche da museo delle scienze naturali. Poi, nei giorni di fabbricazione, quando iniziavo fisicamente a giocare con lo spartito delle note di bronzo sul fondo arancione, è tornato Roedelius con il suo fondo sonoro che mi aveva già ispirato. “Lo dedico anche a Hans Joachim Roedelius” -mi dissi- che oltre ad essere stato il primo ispiratore sonoro ritorna in quel cupo fondo del suono in fonderia.

In questo quadro con intenti totemici, quelle forme metalliche casuali disposte a spartito musicale -minuscole note scritte a penna si nascondono qua e là-, associate alle note di chissà quale sorda musica, assumono il loro senso perché è la parola ‘ultrasuono’ a darglielo. La parola è parte dell’immagine, ha un suo ingombro e rapporto volumetrico con l’insieme. E’ proprio la ‘parola-manifesta’ che tira fuori l’opera dall’idea di bacheca museale lasciandola nell’aura del reperto archeologico e nell’aleatorietà, tutta ideale -o platonica-, di una musica ultraterrena (gli ultrasuoni non sono udibili dall’orecchio umano, ma dai cani si, per esempio). Come avrebbero fatto quelle colature ad assumere l’idea sonora senza la banalità di quella parola che le identifica!?

Forse quest’opera si è calata in un’abitudine diffusasi con il postmoderno degli anni ’80. Mi spiego: l’arte pop della mia generazione è influenzata talmente dalla televisione e dalla pubblicità che ci si è abituati a recepire (e restituire) un’immagine da ‘poster’. Che siano poster a propaganda turistica, o di idoli rock, manifesti cinematografici o copertine di libri, hanno sempre un’icona associata ad una scritta o un titolo. Ci siamo abituati a leggere l’immagine ‘reclame’ associandola a quanto vi è scritto in fronte o in fondo e anche la grande firma, ormai, è parte dell’impaginazione. Anche quando si tratta di poster o riproduzioni di quadri famosi (Mirò, Dalì, Klee, Kandinsky) dove la firma è impaginata grande e in bell’evidenza tanto da dover valere quasi quanto il dipinto. Gli artisti delle avanguardie storiche sono ‘finiti’ nelle texture delle stoffe per divani e per camicie, nelle cartoline e nei poster per uffici, questo è il punto! Opere pittoriche sminuite e svuotate dalla riproduzione seriale. “Stracciate” dai prezzi popolari. Ridotte in stampe a basso costo per arredare gli uffici, dove il ‘nome’ finisce per avere più valore del prodotto iniziale, come qualsiasi ‘marca’ d’abbigliamento. (E’ quel fenomeno che inizia dalla metà degli anni ’70 e che Jean Baudrillar chiama ‘La sparizione dell’arte’).

Forse quest’opera cerca di svincolarsi da questa abitudine ma senza riuscirci pienamente. Nel farsi di questo totem-quadro, probabile che mi sia scattato qualcosa che succede di frequente, ogni qual volta si entra in un ufficio o nella sala d’aspetto del dentista, ove i poster con grandi firme -in tono con l’immagine- svolgono il loro ruolo di compenseria d’arredamento. Con quella scritta impaginata, “Ultrasuono” non è una operazione aperta a diverse interpretazioni ma inchiodata ad un senso unico. Per i puristi del materico, se fossimo ancora negli anni 50 e 60, lo ‘spartito musicale’ di “Ultrasuono” avrebbe suonato comunque, anche senza l’allusione di una scritta.

Pertanto “Ultrasuono” può essere considerata un’opera che tenta di tornare indietro da un mondo dell’arte che si è spiaccicato su di una riproduzione seriale di poster utili solo per dare un tono di colore all’arredamento. E diventa “fisica”, fa sentire il peso della materia (lo ribadisce lo spessore del quadro stesso). E’ una presenza schietta della casualità di una materia che allude al suono di se stessa: un suono ideale, mentale, non udibile dall’umano.

Leggendo & dormendo sotto i ponti”

e

Totem Kerouac”

C’è stato un periodo in cui, abituatomi a passare il ‘tempo’ con l’idea di ‘perderlo’, ho rischiato di sparire abbracciando il ‘barbonismo’ come scelta di vita.

C’è da premettere che, per la cultura occidentale l’idea di starsene sdraiati sotto ad un albero -per esempio-, a contemplare la natura e meditare su se stessi e sul senso della vita, è connessa a quella di perdere tempo. E questo modo di perdere tempo viene strettamente collegato all’adolescenza e alla immaturità. “Sbrigati non perdere tempo!”, “Il tempo è denaro!”, “Chi ha tempo non aspetti tempo!”. Si è soliti pensare pure che se un adulto non è riuscito ad ‘inserirsi’ nel tessuto sociale vuol dire che non è cresciuto. E’ sufficiente uscire dal vasto occidente -e dall’adolescenza- per accorgersi che le altre culture hanno, normalmente, il tempo per ritrovare un tempo meditativo, con-templativo. ‘Con-temp-lare’ è ‘trovare’ tempo e non ‘perderlo’. Trovare il tempo di meditare è una cosa a cui la società occidentale -inevitabilmente industriale- ci ha disabituati. Non è colpa di nessuno se, giustamente, le scienze, l’industria, la tecnica e l’artigianato formano un unico modello vero di sviluppo dell’umanità. (che siano, oggi, molto di più gli aspetti negativi di questo sviluppo incontrollato, è un altro discorso).

Restiamo sul “Barbonismo come scelta di vita”. L’opera “Leggendo e dormendo sotto i ponti” non voleva trattare del poveraccio che è caduto in disgrazia e che avrebbe voluto realizzarsi in una qualche attività, ma che purtroppo deve andare a chiedere l’elemosina e poi dormire alla stazione! Né di quell’uomo che avrebbe voluto ‘nobilitarsi’ con il lavoro ma gli è andata male. L’opera voleva trattare il contemplatore che rifiuta il ‘non dover perdere tempo!’. All’inizio del secolo scorso, un personaggio così lo si sarebbe chiamato ‘romantico’, inquieto, malinconico. Il ‘bohemien’ artista parigino è sempre stato sull’orlo del diventare ‘clochard’. Una scelta di vita radicale ha caratterizzato queste persone: “O faccio della mia arte la mia interezza di vita o non faccio nient’altro!”. Questo è il pensiero che ha caratterizzato per decenni certi artisti romantici. Gente che non aveva da mangiare e comprava colori ad olio appena racimolava qualche spicciolo.

Esiste anche una cattedra universitaria che si occupa del ‘barbonismo’. Probabilmente esiste una predisposizione dell’animo che fa rifiutare -già da giovanissimi- il galoppare continuo della Technè occidentale. Non sono pochi i poeti che si rifugiano dietro l’idea di essere nati nell’epoca sbagliata.

“Leggendo e dormendo sotto i ponti” tratta questo fenomeno sociale di cui appena detto. Poi tratta del rapimento per l’evasione della letteratura (che è l’elemento trainante della contemplazione). Non secondaria è l’icona dello “sciamannato” (come il mio dialetto di Falconara mi ha insegnato da piccolo). “Sciamanna giù! Sparnigià (butta in terra senza ordine, espandi a ventaglio)”, “tutto sparnigiatu a sciamannò! (tutto buttato in malo modo)”, “vatte a taja quei capelli che me pari no sciamannato! (vai a tagliarti i capelli che mi sembri un barbone!)” . Lo sciamannato -nella Falconara degli anni ’70- era lo straccione che viveva in malo modo, buttato a terra. A me è sembrato molto curioso e affascinante che nella profondità del mio dialetto di origine contadina e centro appenninica ci fosse la coincidenza incredibile con la parola ‘sciamano’ . In Asia settentrionale i mongoli chiamano ‘saman’ l’esorcista. Dall’aramaico viene l’espressione ebraico-romana ‘siman’: segno distintivo che gli ebrei portavano. In Europa diviene ‘shaman’ . Figure comunque vocate al mettersi in contatto con un dio -o più dei-. Questioni primitive e di rituali di cui, nell’italiano corrente attuale, resta solo un aggettivo per indicare sciatteria e trasandatezza. Che non è comunque poco! Conosco molti artistuncoli e contemplatori di varia estrazione e natura, e guarda caso, anche se non sono barboni buttati a terra ma campano del loro lavoro, portano dentro e fuori -nell’abbigliamento- una trasandatezza d’animo che viene molto più dal voler “essere” che dal voler ”apparire”. All’animo con tendenza contemplativa non interessano molto né le mode né le falsità.

Insomma, ad un certo punto volevo rendere ‘totalizzante’ l’icona di quella “scelta di vita” (che non ho fatto) e capitava proprio dopo che avevo compiuto quel piccolo rito che si intitola “AtmoPulvi”: un quadretto in cui il cartone -del supermarket- vuole valere come materia volutamente povera, biodegradabile. (Per me il cartone ha una nobiltà d’animo che mi accompagna fin dall’infanzia nei giochi semplici, dove la creatività esercitava un proto-artigianato fatto di matita, righello, forbici e colla o scotch). Cartone che vale anche come sinonimo simbolico di ‘terra’ -ha pure lo stesso tono di colore-. In “AtmoPulvi” sono quattro contenitori cilindrici trasparenti pieni di polvere ‘viva’ a gareggiare con la macchia di una nebulosa spaziale.

Di lì il cartone è lo scarto di una società consumistica -come lo è colui che si chiama fuori- ed è una materia povera che il barbone può raccattare per farsi un giaciglio per la notte, per giacere sulla cruda terra guardando la profondità della volta stellare. Nobilitare un semplice scatolone aperto, brutalmente moderno, socialmente in competizione con gli ori della pittura storica e di ‘valore’, era ciò che mi esaltava.

Mi è piaciuta l’idea di un ‘totem orizzontale’, buttato a terra, contrastante con l’abitudine di erigere totem verticali e dai contenuti o mistico-religiosi, o mitici, o storici. Nel totem orizzontale si consacra la povertà di una scelta marginale dell’uomo vagabondo, abbinato alle nebulose dello spazio e all’infinito. Si allude alla malinconia della finitezza e della caducità della vita abbinata alla scelta di non partecipare alla ‘corsa quasi obbligatoria’, di uno stare al mondo in senso occidentale… che, ribadisco è l’idea basilare del non perdere tempo in cose che non fanno guadagnare denaro. Allora questa operazione è povera nei mezzi perché non vuol avere il ‘valore’ dell’opera d’arte. Non ha il problema tecnico che deve essere abbellita per essere venduta. Non è l’arte povera di Arman -che stimo- che fruga negli scarti e nell’immondizia per giocare tecnicamente al polimaterismo futurista; è una operazione più vicina al Merzbau di Kurt Swritten preso dalla totalità del proprio rito, nel momento in cui, di ‘vendere’ non gliene fregava assolutamente niente (“restare liberi dal dio denaro”).

Leggendo e dormendo sotto i ponti” è un’opera poverissima di mezzi e anche scarna di pittura: quattro macchie di ‘spazio nebuloso’ scandiscono il cartone-giaciglio. Una silhouette bianca del barbone sdraiato ricorda la traccia lasciata dalla polizia scientifica sul luogo del delitto. Tre icone -bassorilievo- rappresentano un libro e due quaderni a quadretti. Leggere, scrivere e disegnare sono, secondo me, attività centrali del contemplare. Quella piccola icona di un libro fatto con una vaschetta per alimenti di alluminio, è stata l’ispiratrice ai futuri ‘Libri Liberi’.

Totem Kerouac”

La cultura pop ha diversi simboli con cui erigere totem: con “Totem Kerouac” paradossalmente ho pensato di rendere fisso, statico come un’icona, indiscutibile come un dogma, un mondo completamente mobile e dispersivo. Quasi come se avessi potuto fermare una foto ad una esistenza in fuga dispersiva continua. Tentando di far occupare allo spazio della stele un accadimento mitico e storico contemporaneo.

Mi riferisco in particolare al totem verticale di “Totem Kerouac”, dove dire: ‘Terra’ e ‘Spazio’ è usare categorie filosofiche statiche, simboliche, metafisiche, dell’anima e anche della geometria. Il mito di Jack Kerouac è il mito dell’America che scappa -non dall’occidente estremo- ma dalla staticità conservatrice. (Kerouac nella sua epoca rappresenta l’estremizzazione dell’occidente). E’ il simbolo dello scrittore vagabondo, del reporter poetico, del romantico vivere alla giornata, senza orologio ne bollette. E’ anche il mito del rischio di morire di fame, morire giovani, bruciare velocemente un’esistenza. Sembra un totem in linea con il bohemien barbone per scelta di vita, -e dunque con “leggendo e dormendo…”- ma iconograficamente sono due operazioni molto diverse.

Il particolare tipo di costruzione della narrazione di Jack Kerouac, il cosidetto ‘cut-up’, ha trovato un parallelismo con l’idea narrativa e compositiva che avevo già in “Brumbrum”. Poco tempo prima di questa opera (collage) avevo da poco dato corpo ad un paio di quadretti intitolati “BrumBrum”.

Premetto che Brumbrum è un giocattolino che allude alla corsa, un auto-mezzo da teatrino fotografico, che salta ‘di palo in frasca’ da fotografia a fotografia, da un ‘territorio’ ad un altro. Quel temperino animato è il protagonista reporter delle diversità dei luoghi che attraversa. I quadri -cosìddetti, in senso pittorico, artigianale- smettono di essere solamente oggetti artistici verticali quando diventano anche un territorio orizzontale nel teatro di Brumbrum. E’ lo zoom fotografico -che si dimensiona sul piccolo- a cambiare i connotati da quadro generale a scenetta del micro e del particolare. Le narrazioni fotografiche delle avventure di Brumbrum si perdono nell’intimità surreale del giocattolo e di un mondo dell’arte fattosi piccolo piccolo.

Siccome sono i luoghi attraversati da Brumbrum ad essere protagonisti in “Totem Kerouac”, cito la frase che ‘velata’ vi compare -sovraimpressa sulle fotografie-. E’ l’idea che kerouac ha della sua poetica: “Voglio essere considerato un poeta jazz che suona un lungo blues in una jam session la domenica pomeriggio. I miei pensieri cambiano e a volte rotolano, da refrain a refrain o dalla metà dell’uno a quella del successivo”. E’ questo il ‘cut-up’ (sul taglio), lavorare sul taglio, sul montaggio. Lasciare girare i pensieri con la spontaneità creativa. E se questi rotolano corrergli dietro anche se saltano dalla metà di uno alla metà del successivo. Nessun filtro. Seguire il fiume in piena, “da refrain a refrain”

senza la paura dei giochi e degli scherzi della propria psiche. Questo è Kerouac, in viaggio perenne, senza l’orologio, in quella eterna “domenica pomeriggio”, un tempo liberato che si dilata senza più il tempo dell’orologio.

Con Brumbrum ho voluto fare un tributo al mito Kerouac, fermare, fissare l’icona dell’andare, andare sempre, non fermarsi mai. Paradossalmente l’ho fatto senza uscire dalle quattro mura di casa, trovando metaforici ‘vasti orizzonti’ zoomando verso il microcosmo della fuga continua di Brumbrum.