materie varie e le parole sante di Enrico Prampolini

MATERIE VARIE e LE PAROLE SANTE DI

ENRICO PRAMPOLINI

“AlberoGermiLogico” del ’88\’89, e “FiammInvaders” del ’90, sono delle operazioni buone da portare ad esempio per discutere l’importanza spontanea che hanno avuto certi materiali e oggetti trovati, e che hanno dominato una parte della produzione -meglio sarebbe dire, suggestione- di una parte degli anni ’90. Con questi due esempi posso dire di aver sfogato un’ansia del ‘documento’. E solo la macchina fotografica poteva essere lo strumento più inconfutabile e veritiero.

Tralasciando di spiegare ora a quale chimera più profonda correvo dietro in queste due operazioni, tecnicamente ho soltanto allestito scene in cui protagonista è stata la mobilia che mi accompagnava da quando ero ragazzetto. In un caso è la vecchia scrivania e i suoi cassetti -l’angolo scrittura-, nell’altro è il letto e il contorno, lo stereo e altro -l’angolo del sogno-. Forse possono essere le prime dichiarazioni di misantropia, o di arte domestica, dove “lo studio” -le simboliche “4mura”-, o il “laboratorio” -divenuto poi “labirintoio” diventano i palcoscenici del pensiero espressivo.

Per arrivare a dire che Enrico Prampolini ha manifestato una grande verità artistica moderna, e che questa sua teorizzata “transustanzazione della materia” ha riguardato anche me, voglio parlare in particolare di “Albero Germi Logico” -piuttosto che di “fiammInvaders”.

Premessa: avevo stipate nei cassetti cose e collezioni che erano riuscite a sopravvivere, prima, alle numerose minacce di mia madre di buttarmi via tutto, e poi ai vari traslochi della vita autonoma. L’affetto per le cose che si trascinano dall’infanzia e che si accumulano con quelle dell’adolescenza, stava fisicamente in sei o sette cassetti -gli stessi della vecchia scrivania da ‘cameretta per ragazzi’ anni ’70. Cassetti superstiti dell’infanzia dunque-. Un giorno un quid mi scatta, e pensando a quell’affetto ‘trascinatosi’ e accumulatosi, per oggetti, scatolette, ritagli e immondizie varie, sento un possibile ‘autoritratto’. Anomalo autoritratto.

Mi spiego: I Germi originali di una passione, sono le cose accumulate. Non ho dubbi ho la mania del tutto simile a quella del collezionista, anche se, probabilmente, un collezionista serio non accumulerebbe dei scarti presunti da spazzatura. Non si tratta di monete, ne di francobolli e neppure di figurine -che del calcio me ne sono sempre strafregato-.

E’ quel quid da documentarista e da nostalgico che mi fa fotografare i cassetti dall’alto con tutte le scatole, scatolelle e i mucchietti di fogli, gingilli, dadi, tappi, avanzi di puzzles inconcludenti e persi, mille occhi strappati dalle riviste, tantissimi fiammiferi già bruciati, coperchi di yogurt, cannuccie per bibite e tante altre cose varie, anche dell’adolescenza. Tutto il ‘tempo’ stipato diventa un percorso fotografico che si ramifica a sprofondare zoomando fin dentro il contenuto di scatole, dentro altre scatole sempre più piccole. L’Albero Logico dei miei Germi fa il verso alle ricostruzioni delle discendenze parentali. Convinto che un autoritratto postmoderno poteva esistere senza il volto classico ma indagando il contenuto dei cassetti più intimi. Una cosa tipo ‘profilo psicologico sulla scena del crimine’ dove gli inquirenti -spettatori- hanno solamente degli oggetti per capire il ricercato. Delineando una specie di silouette metaforica, spersonificata, lasciata negli oggetti. Nel fatto che un qualcosa li ha trattenuti e ‘salvati’ continuamente. Silouette che può concretizzarsi mettendo tutto sullo stesso piano all’improvviso, così fresco, come colto quando meno se lo aspettava. Diventa un’indagine, sugli oggetti, di un movimento psicologico che affonda nel tempo a ritroso. In fondo mi domandavo: cos’è -oltre all’affetto per le cose che non si buttano mai- che caratterizza la psicologia -o l’umore- del collezionare, accumulare ecc…

Non si trattava mica di francobolli o soldatini di piombo nella bacheca di vetro! Centinaia di contenitori di yogurt tagliati a striscioline, barattoli stipati di polvere ‘viva’ proveniente da sotto il letto -a causa della maestra di scienze-, e tanto altro ancora.

Un buon 50% delle cose in quei cassetti erano ‘materie’ accumulate perché fin dal principio sapevo che volevo farci qualcosa di artigianato prima o poi. Lo stesso gioco che praticavo da piccolo che aspettava di poter diventare grande. Quest’aura di ‘generico e sconosciuto artigianato’ che è, secondo me, ancora profondamente italiano e non solo. Quell’artigianalità possibile che ho scoperto, poi, esistere anche nello speciale ‘genio contadino’: Un mettere da parte quintali di rottami e immondizie solo perché “potrebbe servire” dice, ma nel frattempo il materiale, o la cosa, gli ha già suggerito un’invenzione inaspettata. Retaggio della povertà, non c’è dubbio. Un ‘genio contadino’ che ci coglie simili in tutto il mondo e ci accomuna al contadino del Vietnam, a quello Rom nomade, al montanaro dei pirenei, all’inventore di attrezzi e tecniche di fabbricazione del medioevo, eccetera.

Quando mi sono iscritto alla accademia di belle arti per scoprire di che pasta fossi fatto, ho trovato la spiegazione a quel che concerne il ‘richiamo delle materie’ -e loro relative possibilità espressive- imbattendomi nella “Introduzione all’arte polimaterica” di Enrico Prampolini. (Di seguito riporto degli estrapolati più significativi da “Arte astratta italiana 1909-1959” di De Luca Editore del 1980)

L’ARTE POLIMATERICA di ENRICO PRAMPOLINI

(1944)

“Non esiste una genealogia diretta, né una primogenitura dell’arte polimaterica. Nel tempo, se vogliamo, si possono incontrare dei vari addentellati in proposito nelle applicazioni eterogenee di alcune maschere dei popoli primitivi e nei loro simboli totemici, mentre ai nostri giorni dobbiamo senz’altro riferirci ai papier-collés dei pittori futuristi e cubisti (1911-14); ai cosìddetti collages dei dadaisti (1917) e dei surrealisti (1928)” …

Si trattava (…) di intuire il valore emotivo ed evocativo delle materie stesse nel loro gioco ritmico-spaziale”. (…) L’arte polimaterica è una libera concezione artistica che si ribella contro l’usata e abusata adorazione del pigmento colorato, sofisticatore, mistificatore; contro la funzione dell’illusionismo ottico dei mezzi pittorici, dai più reazionari ai più rivoluzionari. Fare assurgere le materie -le più impensate- a valore sensibile, emotivo, artistico, costituisce il più intransigente presupposto critico alla nostalgica, romantica e borghese tavolozza.

Quanti secoli e quanti chilometri quadrati di pittura pesano sull’umanità? Da questa fine del sentimento del colore nasce un nuovo sentimento: quello del lirismo della materia. L’arte polimaterica non è una tecnica ma -come nella pittura e scultura- un mezzo di espressione rudimentale, elementare, il cui potere evocativo è affidato all’orchestrazione plastica della materia. La materia intesa nella propria immanenza biologica, come nella propria trascendenza formale”.

La materia -oggetto, nei suoi aspetti rudimentali poliespressivi, dalla più umile ed eterogenea (quasi relitto di vita) alla più raffinata ed elaborata (manualmente o meccanicamente). La materia organismo, parte integrante della composizione polimaterica, i cui elementi formativi tendono ad esprimere la continuità nella discontinuità, la dissonanza e l’assonanza di rapporti. Rapporti che, operando per contrasto, non valgono esclusivamente per la forma dell’elemento oggetto, quanto per la presenza biologica della materia stessa. Concezione infine che sfida l’aprioristico e superato concetto del bello e dell’eterno nell’arte.

L’éphemère est éterne”. In questo apparente paradosso c’è la verità assiomatica di un principio estetico e filosofico.

Effettivamente l’essenza di un’opera d’arte, non risiede nella durata temporale del prodotto, quanto nella espressione, cioè nell’attimo spettacolare della visione.

Nel polimaterico, infatti, il valore evocativo (…) opera nelle regioni irrazionali dello spirito. Introspezioni e investigazioni (…) le quali producono a loro volta -successivamente e simultaneamente- i fenomeni della meraviglia, della sorpresa, del miracolismo spettacolare.

Da questa magia della materia nelle sue apparizioni bioplastiche nasce il nuovo incantesimo dell’arte polimaterica.

La faccoltà di scelta della materia-oggetto, da parte del polimaterista è quella che distingue e caratterizza la sua personalità, la quale deve possedere ed essere posseduta in grado superlativo da intuizione, sensibilità e dal senso stereognostico. Il polimaterista dovrà creare in uno stato di automatismo quasi medianico.

L’apparente accusa di intellettualismo che si potrebbe muovere verso tale processo-creativo, cade, quando si pensi che esso non è che un atto puro di emanazione diretta; primordiale, se si vuole, elementare, dove convengono e coincidono le facoltà sensoriali e quelle affettive.

Dalla confluenza di queste due dimensioni, una fisica (tattilismo ottico), l’altra psichica (calcolo delle influenze), ha origine la caratteristica bidimensionalità emotiva dell’arte polimaterica, il cui valore suggestivo lo ritroviamo nella segreta risonanza della transustanziazione della materia”. (…) “Il soggetto è suggerito da uno stato d’animo dell’artista a colloquio con la materia: l’artista interrogherà questa o quella materia, ne considererà la loro fisionomia, dovrà apprezzare la casualità e il contrasto fra le materie, il tono elettivo che assumono nel gioco stereometrico della composizione, e si afferma animistica”.

Questo dattiloscritto riproduce il 4° capitolo del volume di E.Prampolini “Arte polimaterica” -Roma, O.E.T. Edizioni del secolo 1944-. E’ stato stralciato dallo stesso Prampolini per un’altra eventuale pubblicazione.